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Wagnerian Soprano (in voice and ideology)Present   Beitragsliste  
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Dear Sirs:
 
I am Wagnerian soprano-in voice and ideology-(quality vocal)professional,repertory
in òpera,càmara and oratory.
 
I was born in Bs.As city on 5-4-65
I am very interested in concerts,events,publicity
 
I will be visiting Europe and U.S.A around 2006 about Opera
auditions(by vacances)
 
Therefore i would very much appreciate your mailing informatiòn about
cultural
programs,schedules,brochures
 
Thank you in advance for your courtesy.
 
Sincerely
 
Nora Lagüela Folco
 
Vedia 2310
cap.fed
cp(1429)
bs.as
Argentina
Tel.4-701-0271
 
 
Curriculum vitae:Wagnerian Soprano
Nora Lagüela Folco,who subscribes,born in bs.as,with musical studies
skilled in
the National Conservatory and Municipal of music,entrance with the most
high
qualificatiòn in both(by your absolute hear)
The subjets of piano,clarinet,has entered to the song race in the
National
Conservatory.
Repertoire and auditions with professionals of the Colon Theater.
 
Other studies and References:
 
Dramatic Art.
One evolves like educational in the subjet matematic.
Writer:poesy
Knowledge of:Italian,German,English(fonètica)
Foreign language that speaks:Italian
 
At the moment its repertoire includes:
Wagner Die Walküre:Siglinde
Brünnhilde:third act.
 
Der Fliegende Holländer:Senta
Lohengrin:Elsa
Tannhäuser:Elisabeth
Tristan und Isolde:Liebestod
:Szene 1,3.
 
Wesendonk Lieder.
 
Purcell:Dido and Eneas:Dido.
 
Mahler:Eines fahrenden gesellen
Kinder totem lieder
Das lied von der erde
 
Beethoven:Concert aria:Ah! Pérfido.
lied:ich liebe dich
Grieg:Haugtussa
Solveig´s Song(from Peter Gynt)
Schubert:Die forelle
Ständchen
Lachen und weiner
Der tod und das madchen.
Vivaldi:Sei Arie
 
Strauss:Im Abendrot
Allerseelen
Bach.ST.Matthew Passion(Alt)
 
Häendel:Ombra mai fu.
 
P.Mascagñi:Cavalerìa Rusticana:Santuzza
 
 
SCHOOLS DEGREES:
Primary
1971-1977 Primary School Degree
High School
1978-1982 High School Degree
final Degree as:1982 Bachiller
Level University
 
Musical Studies:
 
1969 study of piano 4 year of age,concerts in the family's room
1976 Municipal Conservatory "Manuel de Falla"
1977 National Conservatory "Carlos.Lopez Buchardo"
1978 Piano 1t year*
1979 Piano 2nd year*
1979 Chorus 1t year*
1980 Teory and Solfeo 1t year*
1983 Teory and Solfeo 2nd year
1983 Chorus 2nd year
1983 Piano 3rd year
 
Concerts of year
 
1985 Teory and Solfeo 3rd year
1985 Clarinet 1t year*
1986 Clarinet 2nd year
 
Orchestra of National Conservatory(practice)
 
1985 Capacity Chorus
1987 Italian Fonética 1t year
1987 Clarinet 3rd year
1988 Sing 1t year
1988 Clarinet 4t year
Other study and Jobs:
 
Skills Expertise:
 
1984 Dramatic Art 1t year
1985 Dramatic Art 2nd year
1984 Chorpus _____Expression 1t year
1985 Chorpus _____Expression 2nd year
Writer of genery:Poetry
1990-2000 Teacher of Matematic(private form)
 
*form free
 
References of studies,jobs and concerts to your dispositión
 
 
PD:I need informatiòn about  Cultural Foundatiòns related with my
ascendent:
Folco,Fulk,Fulko,Foulques,Fulco(King)grandfather of Henry II of
England(Anjou-
Plantagenet)founder.
Crossed,Templario
Ingelger-Franco(Teutònico)
he has united France and England for the Germania(son:Godofredo
Plantagenet)
 

I have Von Willebrand in blood.

Dates:
 
 
http://it.wikipedia.org/wiki/Folco_di_Gerusalemme
http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_British_monarchs
Godofredo Plantagenet father of Henry II(of England
Godofredo Plantagenet son of Folco V(King of Jerusalen)
Crusado,Templario orden San Lázaro de Jerusalen.
Ingelger-Count Anjou-Folco I,II,III,IV.V and Godofredo
I,II,III,IV,V
Ingelgeriens:Noblesse Franque
origin of name Folco and Fulco(Teutónico)
Folco(il Re)Divina Comedia:Dante (Paradiso IX)
Folco Portinari(Beatrice figlia)
San Folco/Fulco Scotti.
Donizetti Opera: Ugo conte di Parigi(Folco:Principe di
sangue)
 
http://en.wikipedia.org/wiki/Ingelger
 
http://fr.wikipedia.org/wiki/Noblesse_franque
 
http://en.wikipedia.org/wiki/Fulk_V_of_Anjou
http://en.wikipedia.org/wiki/Geoffrey_of_Anjou
http://en.wikipedia.org/wiki/Henry_II_of_England
http://www.santiebeati.it/dettaglio/90403
http://xooner.virgilio.it/brdeb/Dante/prosa/nonopar.htm
http://italianopera.org/donizetti/opere31.html
http://karadar.com/Libretos/donizetti_ugo.html
  
 DANTE: Divina commedia - Parafrasi
 
  PARADISO CANTO IX
  
--------------------------------------------------------------------------------
 
O bella Clemenza, dopo che il tuo Carlo mi ebbe chiarito (il dubbio
manifestatogli), mi predisse le ingiustizie che avrebbero subito i suoi
figli;
Clemenza potrebbe essere la figlia di Carlo Martello, che sposo nel
1315 Luigi X di Francia e mori nel 1328, oppure la moglie, Clemenza
d'Asburgo, morta nel 1295 subito dopo il marito. I più ritengono che Dante
qui si rivolga alla figlia, che nel 1300 era ancora viva. Tuttavia,
tenendo presente che l'espressione Carlo tuo è " appellativo essenzialmente
coniugale" (Del Lungo) e che la moglie, non la figlia, " ebbe comuni
col suo Carlo i danni recati loro", è più verosimile che il Poeta intenda
riferirsi alla giovane sposa del principe angioino. Li 'nganni che
ricever dovea la sua semenza: Roberto d'Angiò nel 1309, con l'appoggio di
Bonifacio VIII e di Clemente V, usurpò il regno di Napoli a Carlo
Roberto, figlio di Carlo Martello. Contro Roberto Dante ebbe particolari
motivi di risentimento, perché questi osteggio l'impresa di Arrigo VII in
Italia e sostenne il partito dei Neri a Firenze. Proprio mentre egli era
vicario in Toscana, nel novembre 1315 fu riconfermato il bando con il
quale Dante era stato esiliato nel 1302.
ma soggiunse: " Taci, e lascia che passino gli anni "; così che io non
posso dire se non che ai torti da voi subiti seguirà un giusto castigo.
Pianto giusto verrà di retro ai vostri danni: la profezia è volutamente
generica, perché al Poeta interessa far pronunciare a Carlo Martello la
condanna della sua stirpe, più che specificare determinate circostanze
storiche. Tuttavia già Pietro di Dante vedeva in questa profezia un
accenno alla battaglia di Montecatini ( 1315 ), dove i Guelfi sostenuti
dagli Angioini furono sconfitti e dove morirono un fratello e un` nipote
di Roberto.
E già l'anima di quella santa luce si era rivolta a Dio che la appaga
pienamente, poiché Dio è il bene capace di soddisfare ogni desiderio.
Ahi anime ingannate (dai beni mondani) e creature empie, che
distogliete i vostri cuori da un bene siffatto, rivolgendo le vostre menti a cose
vane!
Ed ecco un'altra di quelle anime luminose si avvicinò a me,
manifestando il desiderio di compiacermi col diventare più luminosa esternamente,
Gli occhi di Beatrice, che erano fissi sopra di me, come già prima, mi
fecero certo del suo gradito consenso al mio desiderio (di parlare).
Dissi: " Deh, spirito beato, soddisfa subito il mio desiderio, e dammi
la prova che io posso riflettere in te (come in uno specchio) il mio
intimo pensiero (senza esprimerlo)! "
Perciò quella luce che m'era ancora sconosciuta, dall'interno del suo
splendore, da dove prima traeva la voce per cantare, continuò con lo
stesso atteggiamento di colui al quale piace fare del bene (agli altri);
La seconda anima del cielo di Venere che appare a Dante e quella di
Cunizza, nata da Ezzelino Il da Romano e da Adelaide degli Alberti di
Mangona verso il 1198. Sposò nel 1222 Riccardo di San Bonifazio, signore di
Verona, ma poco dopo fuggi con il trovatore Sordello da Goito, con il
quale convisse alcuni anni. In seguito si unì in matrimonio ancora due
volte e scandalizzò i contemporanei con la sua condotta immorale, tanto
che tutti i cronisti del tempo sono concordi nel ricordare i suoi
costumi dissoluti. Dopo il crollo della potenza della sua famiglia (1260),
Cunizza si ritirò a Firenze, dove condusse una vita di penitenza e di
carità, morendo dopo il 1279. Dante salva dunque una donna che era
diventata famosa per la sregolatezza dei suoi costumi. Tuttavia non circonda
la figura di Cunizza di quella stima e di quella simpatia che gli hanno
dettato accenti particolarmente commossi di fronte a Francesca, a Pia,
a Piccarda. Il Porena, dopo aver affermato che il Poeta "non fa certo
di Cunizza una figura che dal lettore si faccia amare ed ammirare",
osserva che in lei manca una vera ricchezza interiore. La sua conversione è
sottintesa, non dà luogo ad una rappresentazione concreta; la
dichiarazione d'indulgenza verso i suoi peccati (versi 34-36) dovrebbe essere un
elemento di trascendenza paradisiaca, ma "per essere apprezzata come
tale bisognerebbe che Cunizza mostrasse una simile trascendenza in tutti
i suoi discorsi, che considerasse le cose umane da un punto di vista in
tutto più che umano", mentre, a proposito di Folchetto da Marsiglia,
mostra di apprezzare la gloria terrena e nel biasimare i suoi
concittadini e predire loro le future punizioni "più che alto e accorato sdegno
ella ha una specie di canzonatoria ironia e quasi un maligno gusto".
Tuttavia le ultime affermazioni del Porena sono viziate da eccessiva
severità, mentre d'altra parte appaiono troppo indulgenti quei critici che
vedono in Cunizza soprattutto la donna pronta a confessare la sua
femminile fragilità nell'arrendevolezza agli influssi di Venere. In realtà
l'intonazione fondamentale dell'episodio che ha per protagonista Cunizza è
il profondo sdegno morale di fronte alla degenerazione dei suoi
concittadini, l'amarezza (uguale a quella di un Guido del Duca o di un Marco
Lombardo) che nasce dal costatare come gli uomini non sappiano volgere
verso il bene le loro inclinazioni naturali. In questa intonazione
morale è da cercare il motivo ispiratore dell'apparizione di Cunizza. Non un
sentimento di particolare ammirazione ha spinto Dante a scegliere
questa nobildonna trevigiana, ma una ragione di opportunità: egli vuole fare
di Cunizza il portavoce della propria condanna nei confronti della
Marca Trivigiana e, più in generale, di tutto il Veneto (cfr. nota alla
terzina 46 ), poiché la condanna pronunciata da un'anima beata, le cui
parole rispecchiano il pensiero di Dio (cfr. versi 61-63), acquista il
valore di un giudizio insindacabile.
" In quella parte della corrotta terra italica situata tra l'isola di
Rialto e le sorgenti del Brenta e del Piave, sorge, ma non è molto alto,
un colle, dal quale un tempo scese una fiamma di guerra che causò gravi
danni alla regione.
La Marca Trivigiana è indicata per mezzo dei suoi confini: a sud
Venezia (Rialto è una delle isole principali su cui sorge la città), a nord
le Alpi del Trentino e del Cadore, dalle quali scendono i fiumi Brenta e
Piave. Il colle al quale Dante fa riferimento nel verso 28 è quello di
Romano (presso l'attuale Bassano del Grappa), dove sorgeva il castello
degli Ezzelini. Lì nacque Ezzelino III; che tiranneggiò a lungo non
solo la Marca Trivigiana. ma anche il Veneto, giungendo fino a Trento e a
Mantova. Pietro di Dante spiega l'espressione facella riferendo una
leggenda diffusa in quel tempo: prima che Ezzelino nascesse la madre sogno
di partorire una fiamma che incendiava tutta la regione.
Io ed Ezzelino nascemmo dagli stessi genitori : fui chiamata Cunizza, e
risplendo nella sfera di Venere perché (in vita) fui dominata
dall'influsso di questo pianeta;
ma ora con gioia perdono a me stessa l'inclinazione amorosa che mi ha
fatto assegnare a questo cielo, e non me ne affliggo; il che ai comuni
mortali sembrerà forse arduo a comprendersi.
Nelle parole di Cunizza, come più tardi in quelle di Folchetto (versi
95-105), non c'è condanna per le passioni e i peccati della vita
terrena, perché le anime beate costatano ora come dal male possa sempre
nascere il bene e come la grazia divina possa volgere alla virtù quelle
inclinazioni naturali che erano state precedentemente causa di peccato.
(Sulla terra) è rimasta grande fama di questo spirito che più degli
altri mi è vicino, e che rappresenta una luminosa e preziosa perla del
nostro cielo e prima che la sua fama si spenga, questo centesimo anno (
che chiude il secolo) si ripeterà ancora per cinque volte;
vedi dunque che l'uomo deve cercare di diventare famoso (per opere
virtuose), in modo che la vita mortale lasci dietro di se un'altra vita
(quella della buona fama).
Canizza addita lo spirito di Folchetto d i Marsiglia, che sarà
protagonista della seconda parte del canto IX. Questo centesimo anno ancor
s'incinqua: "ritornerà l'anno ultimo di cento cinque volte" spiega il Buti,
ricordando che Dante immagina di compiere il suo viaggio oltremondano
nel 1300.
E a questa conquista della giusta gloria non pensa la turba che vive
oggi nel territorio compreso tra il Tagliamento e l'Adige e neppure si
pente per quanto colpita da castighi;
ma presto accadrà che i Padovani faranno cambiare (col loro sangue ) il
colore all'acqua delle paludi formate dal Bacchiglione che bagna
Vicenza, essendo gente restia a compiere il loro dovere (verso l'Impero).
Non solo la Marca Trivigiana, ma tutto il Veneto subirà tra poco la
giusta punizione per la sua ostinata resistenza prima di fronte
all'imperatore Arrigo VII, sceso in Italia per ridurre all'obbedienza le città
guelfe, e poi di fronte al suo vicario, Cangrande della Scala. Infatti
nell'autunno del 1314 i Padovani, guelfi, subirono una sanguinosa
sconfitta ad opera dei Vicentini, ghibellini, aiutati da Cangrande. La
battaglia avvenne presso le paludi che il Bacchiglione forma vicino a Vicenza.
E a Treviso, dove si congiungono le acque del Sile e del Cagnano,
Rizzardo da Camino tiranneggia e procede superbo, mentre già si sta
apprestando la rete per farlo cadere.
Rizzardo da Camino divenne signore di Treviso nel 1306. La sua crudele
tirannide e le sue simpatie per il partito ghibellino fomentarono una
congiura di nobili guelfi, che lo fecero assassinare nel 1312.
Anche Feltre piangerà per la colpa del suo empio vescovo, la quale sarà
così turpe, che mai per un delitto simile alcun condannato entrò in
Malta.
Il trevisano Alessandro Novello, Vescovo di Feltre, nel 1314 consegnò
quattro fuorusciti ghibellini di Ferrara, che si erano rifugiati presso
di lui, a Pino della Tosa, governatore di Ferrara per conto di Roberto
d'Angiò, vicario della Chiesa. Il della Tosa li fece poi decapitare.
Non s'entrò in Malta: nell'isola Bisentina del lago di Bolsena sorgeva la
torre di Malta, "nella quale lo papa metteva li chierici dannati senza
remissione...; e quanti vi se ne mettevano mai non n'uscivano" ( Buti )
. I commentatori antichi ricordano, tuttavia, che prigioni di questo
nome esistevano anche a Viterbo e a Cittadella, non lontano da Romano (
quest'ultima prigione fu fatta costruire proprio da Ezzelino III). Il
termine Malta era usato anche come nome comune, per indicare una prigione
oscura e umida, perché il significato primitivo di questa parola era
quello di " fango ".
Troppo grande dovrebbe essere la bigoncia per contenere il sangue dei
Ferraresi, e si stancherebbe chi volesse pesarlo a oncia a oncia, sangue
che questo prete generoso (verso i Guelfi) donerà per mostrarsi fedele
al suo partito;
e simili doni saranno conformi al costume diffuso in questa regione.
Lassù (nell'Empireo) ci sono intelligenze angeliche che voi chiamate
Troni, dalle quali come da specchi è riflessa su di noi la luce della
giustizia divina:
sì che questi discorsi (pur nella loro durezza) ci appaiono giusti
(perché ispirati da Dio stesso). "
Qui Cunizza tacque; e mi mostrò d'aver rivolto la sua attenzione ad
altro, per il fatto di essere ritornata alla danza circolare come faceva
prima di parlarmi.
L'altro spirito gioioso, che mi era già noto come una perla preziosa,
si offerse alla mia vista come un fine rubino balascio in cui il sole
rifletta i suoi raggi.
Il balasso (balascio) era il nome di un rubino che abbondava
particolarmente nella regione di Balascam, in Asia.
Nel paradiso per manifestare la letizia si accresce lo splendore, come
in terra si accresce il sorriso; ma in terra (poiché non c'è sempre
gioia, ma anche dolore) l'immagine esteriore si rabbuia, in proporzione
alla tristezza dell'animo.
Io dissi: " O spirito beato, Dio vede ogni cosa, e la tua conoscenza
penetra in lui, in modo che nessun desiderio può rimanere nascosto a te.
Dunque la tua voce, che sempre rallegra il cielo insieme al canto dei
Serafini, gli angeli che s'ammantano di sei ali.
Fuochi pii: infatti i Serafini, nella gerarchia angelica, rappresentano
l'amore (secondo l'etimologia ebraica, il termine serafino significa "
ardente "; Cfr. Paradiso XI, 37). Essi, secondo la visione di Isaia
(VI, 2), sono sempre rappresentati con sei ali, che li avvolgono come in
un saio monacale ( coculla: tonaca).
perché non soddisfa i miei desideri (con una risposta)? Se io mi
immedesimassi nei tuoi pensieri, come tu ti immedesimi nei miei, già non
attenderei la tua domanda ".
Allora così incominciarono le sue parole: " Il Mare Mediterraneo, il
bacino più grande in cui si riversi l'acqua dell'oceano che circonda la
terra emersa, tra le sponde opposte (d'Europa e di Africa),
tanto si distende da occidente verso oriente, che (all'estremità
orientale: a Gerusalemme) fa da meridiano là dove prima (all'estremità
occidentale: alle colonne di Ercole) si suole vedere come orizzonte.
Folco indica la sua città d'origine attraverso una complessa
designazione geografico-astronomica, che introduce allo stile elaborato e
concettuoso della prima parte del suo discorso, una magistrale
auto-presentazione distribuita in nove terzine ( quattro per indicare la sua patria,
quattro per la storia della sua anima, dagli eccessi amorosi alla
redenzione finale, una sola, quella centrale, per rivelare il proprio nome )
. Senza dubbio Dante intende qui richiamare i modi poetici e la
raffinata cultura di Folco, ricostruendo, con questi mezzi, le caratteristiche
specifiche del personaggio storico. Tuttavia simili costruzioni
artificiose non sono mai perseguite da Dante come fini a se stesse. Esiste
dunque una ragione più profonda che spinge il Poeta a conferire un
particolare risalto alla figura di questo trovatore e solo la parte finale del
canto permette di precisarla: a Folco toccherà il compito di porre
sotto accusa quella che Dante considera la causa del traviamento del mondo,
la avidità di guadagno, il maledetto fiore c'ha disviate le pecore e li
agni. A poco a poco il suo discorso perderà ogni ornato letterario,
acquisterà sempre di più il calore conferitogli dal sentimento, e mentre
la figura dell'elegante poeta di un tempo cederà il posto a quella
dell'inflessibile vescovo persecutore degli eretici, le sue parole
assumeranno le maestose cadenze profetiche che Dante sa trovare allorché il suo
animo si ribella di fronte al male del mondo. Seguendo la geografia del
tempo, il Poeta spiega che il Mediterraneo è la più grande fra le
depressioni dei mari circondati dall'Oceano (quest'ultimo, secondo la
credenza medievale, chiudeva in un cerchio tutte le terre emerse ). Secondo
le rappresentazioni cartografiche del Medioevo esso si estende per 90
gradi di longitudine (in realtà la sua estensione è di soli 42 gradi),
cosicché il cerchio celeste che per Gerusalemme è meridiano, per lo
stretto di Gibilterra ( all'estremità opposta ) è orizzonte.
Io vissi sulla riva di quel mare compreso tra le foci dell'Ebro ( in
Spagna ) e quelle della Magra, che per un breve tratto fa da confine tra
la Liguria e la Toscana.
Avendo quasi in comune il tramonto e il sorgere del sole
giacciono(sullo stesso meridiano) Bugia e la città dove sono nato Marsiglia, la quale
un tempo riscaldò le acque del suo mare con il sangue dei propri
cittadini.
Folco specifica ora che la sua città. Marsiglia, e Bùgia (sulla costa
algerina) si trovano quasi sullo stesso meridiano, poiché per e ntrambe
il sole nasce e tramonta quasi nel medesimo istante. In realtà fra le
due città c'e non solo una differenza di longitudine. ma anche di
latitudine. Fe del sangue suo già caldo il porto: durante la guerra civile,
Bruto, per ordine di Cesare, espugno la città di Marsiglia e ne trucidò
gli abitanti. Lo spunto per il verso 93 è offerto da Lucano il quale,
nella Farsaglia ( III, 572-573), ricorda che in quell'occasione il mare
intorno a Marsiglia rosseggiò e si gonfiò per il sangue versato.
Quella gente alla quale fu noto il mio nome mi chiamo Folco, e il cielo
di Venere è ora segnato dalla mia luce, come io sulla terra fui segnato
dal suo influsso amoroso.
poiché Didone, la figlia di Belo, non arse di maggior passione (verso
Enea), recando oltraggio a Sicheo e a Creusa, di quanto non ardessi io,
finché si convenne alla mia età giovanile;
Folco riconosce che durante la giovinezza il suo ardore amoroso fu pari
a quello di Didone, che si innamorò di Enea, offendendo la memoria del
marito Sicheo e di Creusa, moglie di Enea, entrambi morti
(Virgilio-Eneide IV, 552; cfr. anche Inferno V, 61-62).
né più di me arse di passione la rodopea Fillide che fu abbandonata da
Demofoonte, né Ercole quando il suo cuore fu preso da amore per Iole.
Fillide, figlia di Sitone re della Tracia, la quale abitava presso il
monte Rodope, si uccise per amore di Demofoonte, figlio di Teseo e di
Fedra, il quale non era ritornato da Atene nel tempo stabilito per le
nozze (Ovidio, Eroidi II ) . Ercole, discendente di Alceo, si innamora di
Iole, figlia di Eurito re della Tessaglia, suscitando la gelosia della
moglie Deianira. Questa causò involontariamente la morte del marito nel
tentativo di riconquistarlo con la tunica intrisa del sangue del
centauro Nesso (Ovidio, Eroidi IX; cir. anche Inferno Xll, 67-69).
In paradiso non proviamo pentimento per queste cose, ma si gioisce, non
per la colpa commessa, che non torna più in mente, bensì per la virtù
divina che ha disposto ( l'influsso di questo cielo su di noi) e ha
provveduto (alla nostra salvezza eterna ).
Qui si contempla l'arte divina che produce opere così mirabili, e si
comprende chiaramente il fine benefico per cui i cieli modellano la terra
con i loro influssi.
Ma affinché tutti i desideri che sono sorti in te in questo cielo siano
interamente appagati, devo procedere ancora oltre (col mio discorso).
Tu desideri sapere chi è lo spirito nascosto in questa luce che qui
accanto a me risplende con lo stesso scintillio di un raggio di sole in
uno specchio d'acqua pura.
Ora sappi che là dentro gode la sua pace eterna Raab; e poiché ella è
unita alla nostra schiera di spiriti amanti, questa schiera riceve in
sommo grado l'impronta della sua luce.
Raab è la meretrice di Gerico che, con suo grande pericolo, accolse e
nascose nella propria casa gli esploratori inviati da Giosué, favorendo
la conquista della città e la vittoria del popolo eletto (Giosué II,
1-24; VI, 17-25). La sua salvezza. in virtù di questo gesto, è affermata
nella lettera di San Paolo agli Ebrei (XI, 31) e nella lettera di San
Giacomo (II, 25). La figura di Raab, nel cielo di Venere, è la più
luminosa, come ben si addice a colei che giunse per prima nella terza sfera,
allorché Cristo, con la sua morte (che è un trionfo sul peccato e
sull'inferno) aperse le porte del limbo (versi 118-123).
Raab fu accolta dal cielo di Venere, in cui termina il cono d'ombra
proiettato dalla terra, prima di qualsiasi altra anima redenta dal trionfo
di Cristo.
In cui l'ombra s'appunta che 'l vostro mondo face: secondo la teoria
astronomica di Alfragano, la terra proietta nello spazio un cono d'ombra
che termina nel cielo di Venere. Questo fatto spinse Dante a
distribuire nei primi tre cieli le anime beate che avvertirono più di tutte le
altre le debolezze terrene.
Ben fu giusto che Cristo la accogliesse in uno di questi cieli come
segno della grande vittoria (sull'inferno) che Egli consegui con la sua
crocifissione,
perché ella favorì la prima delle imprese gloriose di Giosuè nella
Terrasanta, la quale poco torna alla memoria del pontefice.
La visione della Terrasanta in mano agli infedeli mentre il mondo
cristiano e, primo fra tutti, il pontefice del momento, Bonifacio VIII, se
ne disinteressano, dà l'avvio al tema dal quale la figura dello zelante
vescovo di Tolosa riceve la sua precipua fisionomia: una vigorosa e
amara protesta di fronte al dilagare del male, illuminata alla fine da un
improvviso lampo di fiduciosa speranza (versi 139-142).
Firenze, la tua città natale, che ( per i suoi vizi) è pianta nata dal
seme di Lucifero, colui che per primo si ribellò al suo Creatore e la
cui invidia ( verso il genere umano)
fu causa di tanto pianto (perché per invidia Lucifero indusse i
progenitori al peccato), conia e diffonde il maledetto fiorino che ha messo
fuori strada il gregge dei cristiani, poiché ha trasformato i pastori in
lupi.
Firenze, che Dante fa balenare attraverso i cupi toni di un linguaggio
che ricorda quello di Ciacco (Inferno VI, 49 sgg.), coniò per prima la
moneta d'oro e diffuse in tutto il mondo il maladetto fiorino (che
portava impresso il giglio fiorentino su una delle due facce). La sua
città, già trista selva (Purgatorio XIV, 64 ) ed ora sferzata come pianta di
Satana, è dunque all'origine del traviamento del mondo, che davanti
alla sfolgorante e vagheggiata immagine del fiore d'oro, dimentica la via
del bene e del dovere. La voce del Poeta colpisce soprattutto la
corruzione ecclesiastica, l'interesse, da parte degli uomini di Chiesa, volto
solo ai beni temporali: è un'immagine, nella sua dura concretezza,
sembra immobilizzarli nel loro pervertimento: però che fatto ha lupo del
pastore.
Per questo sono lasciati in disparte gli insegnamenti del Vangelo e dei
grandi Padri della Chiesa, e si attende solo allo studio delle
Decretali, come appare dai margini (annotati e consunti dei libri che le
contengono ).
Gli sforzi e gli studi degli uomini di Chiesa si concentrano non più
sui testi evangelici o su quelli dei Padri della Chiesa, ma sui testi
delle Decretali, le quali sono l'insieme delle costituzioni pontificie
ordinate e raccolte come base del diritto canonico da Gregorio IX nella
prima metà del '200. Qui indicano il diritto canonico in genere e, in
particolare, la "scienzia lucrativa" (Lana) necessaria a sostenere gli
interessi materiali degli ecclesiastici. Dante ripete qui le stesse accuse
rivolte al mondo ecclesiastico nell'Epistola ai Cardinali italiani (XI,
16).
Al fiorino e alle Decretali attendono il papa e i cardinali: i loro
pensieri non vanno a Nazareth, là dove l'Arcangelo Gabriele diresse il suo
volo ( per annunciare a Maria la divina maternità ) .
Ma il colle Vaticano e gli altri luoghi insigni di Roma, che furono la
tomba dell'esercito dei martiri seguaci di Pietro,
saranno presto liberati da questa profanazione ".
Negli ultimi versi la città di Roma viene presentata in tutta la sua
sacra dignità: di lei, infatti, il Poeta non ricorda i maestosi monumenti
né le gloriose memorie della civiltà passata, ma il Vaticano, il colle
dove fu crocifisso e sepolto San Pietro, e tutti gli altri luoghi resi
sacri dal sangue del martiri (la milizia che Pietro seguette), mentre
invoca la liberazione dall'adaltèro con il quale è stata profanata dal
papa e' cardinali smarriti dietro il maledetto fiore. Nel messianico
sogno di un futuro liberatore e risanatore delle piaghe d'Italia e dei
mondo il canto, pur suggellato da quella dura espressione (adaltèro),
sembra ritrovare una più distesa e fiduciosa tonalità.
 
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2003 - Luigi De Bellis   HOME PAGE

 


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Mit 29. Mrz 2006 19:32

falconora
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Dear Sirs: I am Wagnerian soprano-in voice and ideology-(quality vocal)professional,repertory in òpera,càmara and oratory. I was born in Bs.As city on 5-4-65...
nora falco
falconora
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29. Mrz 2006
19:39
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